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1990: in missione oltre la cortina di ferro

By: www.diegobaraldi.com

Nel 1990 l’ Europa stava cambiando, anzi in parte era già cambiata. Il muro di Berlino era caduto e l’ Europa dell’ est si stava lentamente aprendo all’ occidente. Prima che fosse troppo tardi dovevo andare di persona oltre “la cortina di ferro”. Prima di quel viaggio avevo trascorso alcuni anni ad occuparmi della sicurezza della Patria, ed avevo fatto diversi soggiorni a spese dello stato nel nord est (Veneto e Friuli). Eravamo pronti a respingere un’ invasione da parte della Russia e dei suoi alleati che naturalmente non c’ è stata. In pratica passavamo il tempo a scovolare i nostri 155-23, fumare canne e bere superalcolici.

Sono andato da solo e all’ epoca non avevo una grande esperienza di viaggi, così mi sono iscritto ad un tour in pullman che prevedeva il seguente itinerario: Brescia – Lubiana – Budapest – Vienna – Klagenfurt – Brescia. Prevedevo che il viaggio in pullman fosse una grande rottura di coglioni (e infatti è stato così) e dato che l’ agenzia mi aveva detto che i viaggiatori erano per la maggior parte pensionati, la mia preoccupazione era che di fianco e me si sedesse qualche vecchia rompicoglioni che voleva raccontarmi la storia della sua vita, dei figli, dei nipoti, dei vicini di casa, ecc. Mi sono quindi premunito acquistando un walkman, che all’ epoca era ovviamente un mangiacassette, dato che gli mp3 non erano ancora stati inventati. Ho fatto tutto il viaggio immerso in Bon Jovi, Tesla, Europe e simili per timore che qualcuno attaccasse bottone.

Partiamo da Brescia la mattina e alla volta di Padova non ne potevo già più. Ero già stato a Parigi in Pullman, ma che palle… Mi ero messo in mente di vedere alcune cose oltre “la cortina” dato che prima di partire mi ero fatto una scorpacciata di filmacci di spionaggio anni 60 e 70 tipo Harry Palmer e James Bond. Mancava poco alla frontiera di Fernetti ed io speravo di non restare deluso. Eravamo prossimi al momento della verità… Poco dopo Trieste c’ è Fernetti, dove si accede alla Slovenia (ma all’ epoca era ancora Jugoslavia e ci voleva il passaporto!). Passiamo in 2 secondi il controllo italiano e ci fermiamo sul versante jugoslavo. Io fremevo, incrociavo le dita, guardavo dai finestrini ma non vedevo niente. L’ autista ha aperto la porta dell’ autobus ed ha fatto salire i 2 agenti. Il primo aveva in mano il timbro, cazzo, è andata male, ho pensato. Sale il secondo agente, e si, cazzo! Ce l’ aveva! Aveva un AK-47 in spalla! Aargh! Io sgodazzavo e grugnivo come un attore di film porno. Ero proprio soddisfatto! Conoscevo bene, almeno a livello teorico, il Kalashnikov (perché per combattere il nemico devi prima conoscerlo), e la cosa inquietante era che non teneva il selettore su “sicura” ma su “colpo singolo”. Non so se avesse anche il colpo in canna ma insomma… Però almeno non era un fanatico esaltato che teneva il selettore su “raffica” come invece, ai miei tempi, ero io. Io tenevo sempre il selettore del mio FAL su “A”. Fanculo, sapevo bene che almeno 18 dei 20 venti colpi sarebbero stati sprecati, ma la musica (perché di musica si tratta) di una raffica di 7,62 ha il potere di riempire di sangue i corpi cavernosi del pene. Traduco per chi non ha conoscenze mediche avanzate: te lo fa venire duro. Non è che io considerassi il mio fucile come un prolungamento dell’ uccello, no, il mio fucile ERA il mio uccello. Punto e basta.

Andiamo avanti verso Lubiana e non ho notato grosse differenze, a parte naturalmente le auto: una marea di simil-fiat prodotte in qualche posto all’ est. Per il resto tutto abbastanza normale. Arriviamo a Lubiana dove era previsto il primo pernottamento. La periferia era come quella di qualsiasi città e c’ erano anche concessionarie di auto occidentali e la cosa mi ha molto deluso. In giro oltre alle finte 124 c’ erano anche delle Golf. Pazienza. L’ albergo era un palazzone grande e grosso e le stanze erano come me le aspettavo, cioè con arredi anni 60. La doccia era divertente: io non sono un gigante ma il doccino che usciva dal muro era fissato a non più di 1 metro e mezzo dal pavimento, quindi bisognava lavarsi in ginocchio. Una doccia per elfi.

La cena era prevista nel ristorante dell’ hotel dove ho mangiato proprio male. Ero seduto al tavolo da solo e pensavo ai cazzi miei quando arriva una ragazza, che faceva parte della comitiva ma che non avevo ancora notato ( e ti credo…), e mi chiede se può sedersi. Ok, faccio io. Non era un gran che, cioè fisicamente non era male, ma era la classica tipa da sacchetto di carta in testa. Aveva 4 o 5 anni più di me e viaggiava sola. Cazzo, questa mi si appiccica, ho pensato.

Abbiamo cenato insieme e poi stavo meditando sul da farsi. Sfruttare l’ occasione o lasciar perdere? Se fosse stata una come Paola Barale (per la quale all’ epoca andavo pazzo) non avrei avuto dubbi, ma questa, insomma… Mi propone di fare un giro in centro. E’ stata una buona idea perché la città si è rivelata veramente carina. La zona centrale era piena di gente e di locali pieni di giovani. Mi ero fatto un’ idea del tutto sbagliata dell’ Europa dell’ est. Forse siamo ancora troppo vicini all’ Italia, ho pensato. Adesso non so come sia, ma 17 anni fa i prezzi erano ridicoli. Abbiamo bevuto in un bar all’ aperto spendendo pochissimo. Intanto io continuavo a pensare: me la faccio o no? Non ero molto caldo, perché sostanzialmente lei era un cesso. All’ epoca io ero libero e vivevo di avventure della durata massima di 1 settimana, quindi una più, una meno non avrebbe fatto alcuna differenza. Rientriamo in albergo, ed arrivati davanti alla sua stanza lei ha fatto: “beh…buonanotte…”. Ma chi se ne frega, ho pensato. Le ho chiesto:”bevi qualcosa nella mia camera?” “Ok” ha risposto lei, che ovviamente non ha colto il doppio senso. Ho fatto il mio dovere. Fanculo.

Quando mi sono alzato la mattina dopo speravo che la cosa fosse finita li, nel senso che volevo proseguire il viaggio pensando ai cazzi miei, guardando il paesaggio e ascoltando hard rock. Me la trovo a colazione e mi fa: “Allora?” “Allora cosa?” ho detto io. “Mi riferisco a noi” Ma che cazzo si era messa in testa? “No, guarda, non esiste nessun noi…” “Ma come? Dopo ieri notte?” “Si, guarda, è meglio così. Però se vuoi restiamo amici…” Mi ha mandato affanculo! Beh, se non altro me ne sono sbarazzato.

Lasciamo Lubiana e varchiamo il confine virtuale con la Croazia. Il paesaggio era bellissimo. Abbiamo attraversato vallate, zone agricole, paesini. Purtroppo c’ erano un sacco di trattori: io speravo di vedere aratri trainati da buoi, ma niente di tutto questo. Ancora una volta l’ idea che mi ero fatto dell’ est era completamente errata. Comunque il panorama da Zagabria al confine con l’ Ungheria era veramente molto bello. Varchiamo la frontiera senza intoppi. Io speravo che mi trascinassero in uno stanzino, mi puntassero una lampada in faccia e mi accusassero di spionaggio. Ma io avrei dichiarato solo: nome, grado e numero di matricola... L’ agente di turno (non ho visto cosa avesse nella fondina ma speravo si trattasse di una Makarov) ha timbrato i nostri passaporti senza neppure guardarli. Strano non dover compilare un modulo in triplice copia. Ad Harry Palmer l’ avrebbero fatto compilare.

Subito dopo il confine ungherese, in direzione del lago Balaton ci fermiamo in un paesino per il pranzo. Le cose qui erano un po’ diverse. Neppure un’ auto occidentale e nonostante il paese fosse in perfetto ordine non si respirava aria di benessere. Per esempio: la gente era vestita normalmente ma con vestiti non di marca, le macchine erano molto poche ed i negozi erano abbastanza semplici. C’ era però incredibilmente un negozio di strumenti musicali con una chitarra elettrica in vetrina. Era una copia a basso costo di una Fender Strato. Nella nostra comitiva c’ era una coppia di cinquantenni che avendomi visto da solo mi hanno invitato al loro tavolo. Io vestivo con jeans, maglietta, scarpe Nike e giubbino in jeans, sul quale avevo applicato un gigantesco distintivo da paracadutista perché ci tenevo che gli altri sapessero quanto ero coraggioso. Si, perché bisogna chiarire un paio di punti:

Punto primo (mi sembra di essere Verdone…): non esiste il termine “ex paracadutista”. Se uno è stato paracadutista a 20 anni, lo sarà per il resto della vita. E’ chiaro per tutti questo punto?

Punto secondo: NOI paracadutisti, per definizione, abbiamo i coglioni. Voi comuni mortali… beh… lasciamo perdere…

Allora, al ristorante i miei due nuovi amici hanno visto il distintivo così hanno iniziato le solite domande alle quali avevo già risposto un migliaio di volte. Tra un boccone e l’ altro (chiaramente il cibo era pessimo) ho iniziato a raccontare. Ho premesso che il mio corso, pur essendo organizzato dall' ANPDI, non prevedeva i famosi lanci "di interesse militare". Cioè, il materiale utilizzato era sostanzialmente lo stesso, quello che cambiava era la posizione in uscita: non quella raccolta a testa bassa con le mani sul ventrale tipica dei militari, ma invece quella aperta "ad arco" tipica del paracadutismo sportivo. L' idea era infatti di progredire fino alla caduta libera, cosa che poi non è accaduta causa un piccolo incidente in atterraggio che mi ha un po' scombussolato e fatto perdere quel poco sangue freddo che avevo. La prima domanda che in genere ci si sente rivolgere è questa: “E se il paracadute non si apre?” Al che io rispondo: “Se è stato ripiegato in modo corretto si apre sempre. E comunque c’ è sempre il paracadute ausiliario, ed è (quasi) impossibile che tutti e due i paracadute decidano di prendersi un giorno di libertà contemporaneamente”. Detto tra noi: il paracadute ausiliario, chiamato anche “emergenza” secondo me non serve a nulla (almeno non quando siete al primo lancio). Nell’ improbabile caso di un malfunzionamento al paracadute principale, nei vostri ultimi 15 secondi di vita non riuscirete MAI e poi MAI a tirare la maniglia. Ho saputo che la maggior parte degli incidenti mortali (esclusi quelli in atterraggio) si sono verificati per il mancato azionamento (azionamento, non funzionamento) dell’ ausiliario. Ai miei tempi non si usava la capsula variobarometrica (quella che apre automaticamente il pacco dell’ ausiliario nel caso non venga azionato manualmente) nei lanci ad apertura vincolata, adesso per fortuna si. Altra domanda: “Ma non avevi paura?” Che domanda del cazzo… Provateci un po’ voi a lanciarvi nel vuoto da diverse centinaia di metri di altezza e poi fatemi sapere. In genere la mia risposta è: “Paura? No: mi cagavo addosso!” Se un presunto paracadutista vi dice che non aveva paura (almeno nei primi lanci), le possibilità sono 3: 1-non si è mai lanciato, 2- è un bugiardo, 3- è completamente deficiente. E poi si prosegue: “Raccontaci del tuo primo lancio…” Io premetto sempre che una cosa simile non potrà mai essere descritta accuratamente però inizio a raccontare del momento della vestizione, del controllo dell’ equipaggiamento, delle gambe di gelatina prima di salire sull’ aereo… Ti assicuri che il DL agganci veramente la tua fune perché così ti hanno insegnato (fare un lancio vincolato con la fune sganciata potrebbe rovinarvi la giornata). Quando sei sull’ aereo hai sempre ed unicamente un solo pensiero per la testa. Non è il classico “ma si aprirà o no?” No, la sola cosa che si riesce a pensare è “Ma chi cazzo me l’ ha fatto fare?” E intanto l’ aereo sale sempre di più ma tu non riesci neppure a goderti il panorama. Ti sfiora persino il pensiero di tornare a terra con l’ aereo ma poi sai che verresti deriso per l’ eternità… Una parte di me non vedeva l' ora di saltare per scoprire cosa si provava, un' altra parte sperava fino all' ultimo che il lancio venisse annullato per qualsiasi motivo: non so, peggioramento delle condizioni meteo, improvvisi problemi intestinali del pilota, cose così...

Ho sentito il DL che ha gridato “MOTORE!!” : era il momento, a quel punto era troppo tardi per fare marcia indietro. Ho controllato per la centesima volta che i cosciali fossero chiusi, ho fatto un respiro profondo e poi… mano sinistra, mano destra (rumore del motore e vento relativo fortissimo), piede sinistro. Impossibile dire cosa provavo in quel momento: ero mezzo dentro e mezzo fuori dall' aereo e sotto di me solo 700 metri di aria. "Dev' essere solo un sogno" ho pensato "è impossibile che stia sul serio facendo questa cosa". Ho guardato il DL sperando che incrociasse le braccia, e quello per tutta risposta mi ha mostrato il pollice alzato! Mi sono lanciato! Ero un paracadutista... Quando siete al vostro primo lancio da questo istante lasciate il mondo reale e vi ritrovate per i 3 secondi successivi “ai confini della realtà”. Piomberete in una specie di stato di trance nel quale non vi renderete assolutamente conto di nulla, e vi dimenticherete anche che avreste dovuto fare il conteggio (1001, 1002… e se al 1005 non avete ancora sentito niente sono cazzi vostri). Inoltre non sarete riusciti a tenere gli occhi aperti nonostante le raccomandazioni del vostro istruttore. E intanto, in questi 3 secondi accadranno queste cose: la fune di vincolo va in tensione, apre il pacco, tira fuori la pod, il fascio funicolare si srotola e rompe lo spago di chiusura della pod, inizia a fuoriuscire le velatura che immediatamente inizia a gonfiarsi, quando è tutta in tensione rompe lo spago che la vincola alla fune. Vi sentirete tirare sulle spalle e vi risveglierete dal trance immersi in un silenzio ed in una calma irreali. Il rumore del motore ed il vento sono spariti: o siete morti (improbabile) o tutto è andato come previsto (più probabile). Subito penserete: “Ma dove cazzo sono? Che cazzo è successo? Ah, già, mi sono lanciato col paracadute…” Poi guarderete in alto e allora vedrete la cosa più bella che abbiate mai visto in tutta la vostra vita… Cazzo, ma quanto è grande… Ripresa la lucidità, una volta appurato che la temuta “fiamma” non c’ è stata, e neppure il famoso “reggiseno”, bisogna fare le cose che si sono apprese nel corso: controllo della velatura e del fascio funicolare (nessuno strappo, bene), impugnare i comandi, guardarsi attorno per verificare di non andare contro altri colleghi e fare un giro a destra e uno a sinistra. Poi bisogna cercare di dirigersi nel punto previsto, e con un paracadute tondo a fenditure, non è cosa semplice, specie se c’ è un po’ di vento. La manovrabilità è ridotta rispetto al paracadute ad ala, quindi se c’è vento si finisce dove vuole lui. Adesso il tondo non si usa più e sono contento di averlo usato per 7 volte. Intanto vi vengono in mente le parole dell' istruttore durante il corso: vi avrà detto 1000 volte "occhi aperti", 2000 volte "favorisci", 3000 volte "fai il conteggio ad alta voce", 5000 volte "non si può" e circa 1 miliardo di volte "fai arco" che pare essere la soluzione magica a qualunque problema, compresa una mancata apertura totale... Poi ci prepara all’ atterraggio assumendo la posizione prevista. Quando ci si avvicina al suolo la velocità di discesa sembra pazzesca, ma è normale. L’ impatto è come quello che si ha saltando da un muretto alto circa 2 metri. Capovolta, e poi bisogna alzarsi subito e correre attorno alla velatura per non farsi trascinare dal vento. Ma in caso di forte vento ci sono i one-shot apposta per sganciare la velatura. Appena arrivato a terra mi sono sentito una bestia: non ero più una merda ma ero un paracadutista. Intanto che raccoglievo il paracadute uno degli istruttori mi ha chiesto: “Cos’ hai provato?” Io esitavo: “Beh…” E lui: “Non si può spiegare, vero?” No, cazzo, non si può spiegare… Purtroppo un piccolo incidente mi ha convinto a interrompere la carriera di paracadutista dopo soli 7 lanci. Ma mi sta tornando la voglia... chissà...

I miei 2 nuovi amici mi ascoltavano con attenzione e lui ha detto che se avesse avuto 30 anni di meno avrebbe provato. Forse è così: se certe stronzate non le fai a 20 anni poi mi sa che è un po’ più difficile.

Comunque ripartiamo e raggiungiamo il famoso lago Balaton, che praticamente è il mare degli ungheresi. Sarà che il tempo era nuvoloso ma a me non sembrava un gran che… Raggiungiamo infine Budapest in serata ed andiamo subito al nostro hotel, che sfortunatamente era il più bello della città, e quindi del tutto simile ad un hotel occidentale. La città è grande e oltre alle solite finte 124 c’ erano anche diverse Mercedes. La nostra guida ha spiegato, che all’ epoca in Ungheria c’ erano solo 2 classi sociali: quelli che faticavano a tirare la fine del mese e i ricchi. Ecco il perché delle Mercedes. Mi ricorderò sempre l’ aperitivo della sera: una flute contenente un liquido imprecisato con immersi dei pezzi di carne… Mi viene il vomito ancora oggi a pensarci. La mattina dopo ci facciamo un bel giro in città, e vediamo un sacco di cose interessanti. Per me erano tutte nuove e quindi interessanti. La cosa più interessante è stata la visita alla parte alta della città da cui si vede un bel panorama del Danubio e di Buda o Pest, non ricordo mai la differenza. Il giorno seguente era libero, finalmente, e quindi sono andato a farmi un giro in centro da solo. Naturalmente in taxi dato che costava pochissimo. Camminando per le vie del centro si capisce perché quasi tutte le pornostar sono ungheresi… Ragazzi, che gnocche! Tutte con dotazione standard: bionde con occhi azzurri. Mi è venuto il torcicollo continuando a girarmi per la strada. Il centro-centro era abbastanza simile al centro di una città occidentale, con negozi di lusso e grandi magazzini dove io sono entrato esclusivamente per andare al cesso. Ho anche comprato un profumo in un negozio e credo di averlo pagato più che in Italia. C’ erano anche diversi negozi di alimentari che vendevano il salame ungherese (ovvio) e la paprika. Sono entrato in un negozio di dischi e c’ era solo roba strana. Ho comprato un album degli Ossian, una band heavy metal locale. A casa poi ho ascoltato il disco e, insomma, credo che gli Iron Maiden possano dormire sonni tranquilli… Tra l’ altro ho venduto il disco un paio d’ anni fa su ebay realizzando un discreto guadagno. Una cosa che mi ha colpito erano 3 ragazzi fuori dal negozio: erano vestiti da punk (quindi in ritardo di circa 15 anni) ed erano tenuti d’ occhio da 6 agenti di polizia… Vabbè, era l’ est…

Al pomeriggio avevo prenotato un’ escursione nella campagna fuori Budapest per assistere ad uno spettacolo equestre e poi cena in ristorante tipico. Lo spettacolo era una stronzata. Poi ci hanno fatto salire su un carretto trainato da un cavallo e io per poco non morivo perché sono allergico a tutto. La campagna era tale e quale a quella attorno a casa mia. Il ristorante era carino, col tetto in paglia. All’ interno 2 musicisti in costume tradizionale suonavano musica strana su strumenti ancora più strani. Ci hanno fatto mangiare gulasch, che altro non è che spezzatino molto brodoso. In questo viaggio ho proprio mangiato male. Ma male, male, male.

Il giorno dopo lasciamo Budapest e facciamo rotta per Vienna. Il viaggio è durato l’ intera giornata e giungiamo a destinazione la sera. La mia escursione nell’ “Europa del est” è stata una parziale delusione. Mi aspettavo ben altro ma pazienza. Nessun posto di blocco ogni 5 chilometri, nessun carro armato T-72 che pattugliava Budapest. Forse avrei fatto meglio ad andare direttamente in Russia, non so… Comunque Vienna è una città grande, elegante, ricca, e il nostro hotel era naturalmente all’ altezza. La sera mi vesto in giacca e cravatta, e pur non avendo una PPK sotto la giacca, ho chiesto al barista un vodka martini agitato, non mescolato. Lui non ha battuto ciglio ma certamente mi ha giudicato un coglione. E allora? Ci fanno mangiare spaghetti al pomodoro. In Austria, ma ci pensate? Erano previsti 3 pernottamenti a Vienna e la nostra guida ci ha portato a vedere tutti i monumenti principali: il duomo, le chiese, i palazzoni, i giardini, ecc. Insomma, Vienna tutto sommato è bella ma non mi ha per niente entusiasmato. La sole cose che mi interessava veramente vedere erano la Danau Tower e la ruota panoramica, La Danau è una torre altissima con sopra un ristorante girevole. Da li il panorama era bestiale. Ho preso un caffè che è costato quanto un pranzo completo in Ungheria, e mi sono visto il panorama sui 360 gradi rimanendo seduto. Dopo aver scorrazzato per la città con la guida ed essendomi anche rotto un po’ le palle abbiamo una mezza giornata di libertà e vado al parco con la ruota panoramica. Nel parco battevano anche diverse puttane, ma stranamente erano tutte more e non bionde come ci si aspetterebbe. Salgo sulla ruota e mi faccio un giro. Si, bellina, ma niente di che. Una sera invece mi sono proprio divertito. Da programma avevamo una cena in ristorante tipico in un quartiere periferico di Vienna: tutte le cameriere erano bionde con le trecce, indossavano costumi coloratissimi, e portavano in giro boccali di birra da un litro. Naturalmente abbiamo mangiato wurstel, crauti e patatine. Sembrava l’ Oktoberfest. Proprio una bella serata, peccato solo che al tavolo con me c’ era un’ insegnante pensionata rompicoglioni che mi ha rotto le palle perché secondo lei ero troppo volgare. Ma che cazzo avrò mai detto? Porca puttana…non lo so proprio… La cena del giorno seguente (e ultimo a Vienna) è stata proprio una figata: ristorante super lusso a bordo di un battello in navigazione sul Danubio. Si mangiava male ma era molto figo.

La mattina seguente lasciamo infine Vienna, senza troppi rimpianti. La città non mi ha proprio esaltato, e non regge certo il confronto con Parigi o Londra. Ci fermiamo a Graz, che è una bella cittadina, per il pranzo e raggiungiamo Klagenfurt nel tardo pomeriggio. Qui era previsto l’ ultimo pernottamento e mi faccio un giro a piedi nel centro città. Era sabato pomeriggio ed era una desolazione totale. Il contrario che noi: tutti i negozi chiusi e in giro non c’ era un cane. Niente di interessante da vedere in ogni caso. C’ era un gruppo di ragazzine in una piazzetta, ed ho voluto fare un po’ il pirla. Fumavano tutte come bestie, allora nonostante non fumassi più da un bel po’, mi sono avvicinato con la scusa più stronza del mondo. Ho avuto la sigaretta che mi sono fumato con avidità, ma poi è finita li. Ridacchiavano e non capivo un cazzo di quello che dicevano, dato che il mio tedesco si ferma a “guten abend”, ma era evidente che nessuna di loro era intenzionata a darmela. Torno in hotel e scopro che in camera c’ era anche il frigo bar. Tiro fuori una bottiglietta di coca ma non c’ era l’ apribottiglie. Che teste di cazzo. Tento di aprire la bottiglietta usando l’ anello per le chiavi della camera. E’ una procedura difficile e infatti l’ ho rotto. Cazzo. E adesso? Vado alla reception e fingo anche di essere incazzato. Guardate un po’ qua! Si sono scusati e hanno cambiato l’ anello ma io avevo sempre il problema di aprirmi la coca. Ormai era una questione personale. Rovisto in tutta la stanza alla ricerca di qualcosa da usare come leva ma niente. Mi scappa l’ occhio sul frigo e vedo che integrato nella porta c’ è l’ apribottiglie. Si, lo ammetto: sono una testa di cazzo. Lasciamo la citta ed attraverso la Carinzia (molto bella sul serio) arriviamo alla frontiera italiana. Chilometro dopo chilometro ci dirigiamo verso Brescia ed è il momento di tirare le somme: la mia breve sortita oltre la mitica “cortina di ferro” non si è rivelata all’ altezza delle aspettative. Tutto qua. Si, ho visto posti nuovi e questo è sicuramente un fatto positivo ma certamente mi aspettavo di più. Comunque se andate a Budapest, portatevi una buona scorta di preservativi.

Le foto sul sito: www.viaggimiei.net

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