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Ma quanto inquinano questi peperoni?

By: Samantha Alborno

Ma quanto inquinano quei peperoni?

A Genova questa mattina risplende un sole primaverile e decido di andare a fare la mia prima spesa sostenibile.
Sì, sostenibile perché qualche giorno fa mi sono resa conto che dietro al nostro modo di mangiare c’è qualcosa di strano, per lo meno nei confronti della natura.
La frutta e la verdura di stagione sono ormai irriconoscibili circondate da fragole e pomodori che anche a dicembre fanno capolino sulle nostre tavole, e non dimentichiamo la varietà infinita di verdure lavate,tagliate e confezionate che troviamo in ogni supermercato.
Questa può sembrare una libertà, ed in un certo senso la è, ma una domanda sorge spontanea “C’ è un prezzo da pagare?”.
Scopro, guardando una nota trasmissione televisiva,Report, che il prezzo da pagare c’è ed è molto alto: importare un chilo di asparagi dal Perù o un chilo di ciliegie dall'Argentina che viaggiano in aereo per arrivare nel nostro piatto, significa lasciare nell'atmosfera 6 chili e mezzo di anidride carbonica emessa dai carburanti fossili.
E allora mi chiedo…è davvero necessario per me mangiare ciliegie e asparagi fuori stagione?
E’ davvero necessario per me acquistare verdura lavata e tagliata che, nonostante la comodità, si trova all’interno di una confezione di plastica?
Ma a questo prezzo dobbiamo aggiungerne un altro, forse il più drammatico: il massiccio uso della chimica nell’agricoltura che inquina aria, terra e acqua.
Dopo aver cercato su internet l’esistenza di “metodi alternativi” mi imbatto nell’immagine di alcuni distributori di latte alla spina, e non solo: esistono distributori di detersivo per piatti, per bucato, a mano o in lavatrice.
Questo diminuisce l’uso della plastica e quindi, oltre a non inquinare, non dovrò pagare una confezione che butterò via dopo poco.
Nella pratica, però, tutto questo è possibile?
Individuo tramite il web alcuni punti dove sono situati i distributori di latte in Liguria.
Quello più vicino a me è al mercato di Via Canevari.
Lo vedo subito, il distributore che mi permetterà di poter avere un litro di latte inserendovi un solo euro, e mi avvicino con una bottiglia di plastica che era già accartocciata nel sacchetto della raccolta differenziata di casa mia e che è stata "rigonfiata" per l'occasione.
La fila è lunga, anche perché, come mi spiega un’anziana signora “il latte si esaurisce in fretta ed il produttore lo porta 2-3 volte nell’arco di una mattinata”.
Il progetto del latte alla spina sembra funzionare e scopro che il banco che si trova lì di fianco, che ha permesso l’installazione del distributore, vende anche un kit per fare il formaggio che viene fornito direttamente dal produttore del latte: il costo è di 20 Euro.
Soddisfatta mi dirigo verso i banchi di frutta e verdura dove, con rammarico, incontro alcune difficoltà.
La mia richiesta è semplice: alimenti della zona, che non abbiano percorso troppi chilometri su ruota, oppure non trattati ed in stagione, che non abbiano subito un uso massiccio di pesticidi e che abbiano mantenute intatte le loro proprietà nutritive.
Tutto quello che trovo sono patate di Alessandria, radicchio, fave,carciofi e basilico liguri.
Per non andare a casa a mani vuote decido di accettare un compromesso: arance della Sicilia ma non trattate.
Il signore che le vende capisce i miei intenti da "ecologista" a causa delle buste di stoffa che mi porto dietro e delle mie richieste "bizzarre" e si trova d’accordo con me e mi rivela il problema: il consumatore quelle arance, che a suo parere sono buonissime, non le compra perché sono di misure diverse e con alcune imperfezioni visibili sulla buccia…insomma sono naturali ma…brutte!
Sconsolata e con pochi acquisti nella borsa mi reco da uno degli innumerevoli macellai presenti nel mercato e gli chiedo dove compra la sua merce.
La risposta è soddisfacente: dintorni di Cuneo.
Anche lui, come l’ultimo fruttivendolo incontrato mi racconta che la carne, dopo un solo giorno nel frigo non la compra più nessuno perché diventa più scura e la gente, si sa, compra con gli occhi.
Anche il salumiere rimane stupito dalla mia richiesta "regionale" ma una volta spiegate le mie intenzioni sembra essere d’accordo con me affermando che “per uno stracchino non sappiamo nemmeno quante schifezze respiriamo” e invece lo sappiamo, ma non pensiamo che la natura ha i suoi ritmi, i suoi cicli, e che noi, così facendo la stiamo uccidendo.
La mia spesa è la seguente: radicchio, fave, latte, uova e salame provenienti dal territorio ligure, formaggio, patate e carne piemontesi, arance siciliane.
Tutti alimenti di stagione e quindi con maggior probabilità di non aver affrontato trattamenti chimici senza spendere più del solito, anzi, forse ho speso qualche euro di meno.
E’ stata dura, lo ammetto, ma con il tempo, conoscendo i punti vendita giusti e imparando qualcosa di più sulla frutta e la verdura di stagione posso riuscire a diminuire il mio impatto ambientale giorno dopo giorno.
Quello che mi conforta è che qualcosa si stia muovendo: mercati locali, cibi e ristoranti a Km 0, Gruppi di acquisto solidale (GAS), agricoltura senza chimica sintetica e riscoperta delle antiche varietà di prodotti.
Molti agricoltori stanno dimostrando che un'agricoltura pulita è possibile: non ci costa di più e ci da la possibilità di rispettare ciò che ci circonda.

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