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Virale Perfetti[bile]

 

Nella [rin]corsa alle metodiche ed ai mezzi di quello che spesso viene definito new marketing, e che personalmente preferisco definire unconventional marketing, si sperimentano modalità ancora non sufficientemente testate, seguendo spesso la moda del momento  rischiando così inevitabilmente di pagarne il prezzo.
 
E’ il caso dello spot on air, anche, in Italia in questi giorni per una nota marca del settore dolciario che evidentemente deve ancora [ri]cercare e [ri]trovare coerenza nel proprio approccio alla comunicazione pubblicitaria virale e non.
 
Mi dispiace essere in disaccordo con Martina che seguo con interesse e buona regolarità ma davvero, a mio avviso, non ci siamo.
 
I motivi, in sintesi, sono i seguenti:
 
- Se il brand specifico ed altri prodotti dell’azienda in questione si posizionano nell’area della freschezza, non risulta credibile che uno scoiattolo afflitto da aerofagia e meteorismo possa essere, con i suoi peti glaciali, la supporting evidence di tale freschezza.
 
- Se il posizionamento del prodotto/brand è nell’area dell’igiene orale e/o della freschezza non possiamo pensare che vi sia coerenza rispetto a ciò che universalmente non è riconosciuto né come fresco né, altrettanto come igienico e gradevole.
 
A tale proposito, augurandomi di non essere eccessivamente didattico, credo possa essere opportuno ricordarne una delle definizioni: “Il posizionamento non ha nulla che vedere con l’intervento sul prodotto, bensì riguarda l’intervento da effettuarsi sulla mente del possibile acquirente. Il posizionamento, cioè, riguarda il modo in cui il prodotto trova collocazione nella mente del potenziale consumatore” [A. Ries & J. Trout – Positioning, The battle for your mind – 1982]  
 
- Obiettivo del marketing nel passaparola è generare un vissuto “spontaneamente” positivo sul prodotto o la marca; il “basta che se ne parli” assolve, eventualmente, ad obiettivi di notorietà di marca generici che credo il brand in questione possa considerare assodati e sul quale, perciò, investire mi appare poco sensato.
 
- Come ho già ricordato più volte, il termine advertising ha la sua radice etimologica dal latino advertere [volgere verso], sfido chiunque ad essere attratto positivamente da maleodoranti manifestazioni corporee.
 
- Altrettanto, come ci ricorda il dizionario, il termine "virale" viene adottato perché la tecnica di marketing, o la comunicazione messa in atto, contiene in sé qualcosa che spinge chi la riceve a diffonderla a sua volta, proprio come un virus; perché, al di là delle considerazioni sin qui espresse, si dovrebbe diffondere uno spot che vediamo con frequenza ossessiva alla televisione. Ad adbundantiam è, quindi, a mio avviso, anche il mezzo scelto che è poco coerente con l'obiettivo di marketing e comunicazione 
 
Condivido assolutamente quanto afferma Pablo, avendolo nel tempo sostenuto più volte, quando pensiamo ad una nuova campagna di comunicazione per la nostra marca/prodotto, allontaniamoci  per un momento dall’ultimo fenomeno di moda e torniamo ai fundamentals. 

Per quanto esposto sin qui, penso che i concetti comunicati dal “farting squirrell” – permettetemi il gioco di parole -  non siano assolutamente perfetti. 


Leggi Tutto : http://www.marketingblog.it/viral-marketing/viral-vigorsol/marketing-fundamentals/perfetti-vanmelle/air-action/back-to-basic/virale-perefettibile.htm.
 
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