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«Se non fossi stato gay, avrei avuto tanti figli e altrettante mogli. Una rovina»

rupert everett

Il problema delle star è che cercano di sembrare ancora umane, quando in realtà di umano non hanno più nulla. Diventano dei mostri, che non è necessariamente una cattiva qualità.

Rupert Everett: nei suoi primi film fece impazzire le ragazze, che videro in lui il nuovo bello del cinema. Poi arrivarono i flop, la depressione. Ma agli scivoloni si è abituato così bene da scrivere un libro intitolato Bucce di banana. Dove racconta vizi e virtù suoi e dei suoi colleghi famosi. Dentro, osservazioni sulle sue amiche Sharon Stone, Julia Roberts, Madonna - che «puzzano un po’ di sudore e hanno qualcosa di mascolino, come tutte le grandi dive», sostiene Everett - si alternano a riflessioni su un’epoca che non c’è più, fatta di glamour, feste, droga, solitudine e sesso, fatto con chiunque e dovunque.
E oggi è seduto davanti a me nel ristorante italiano di Londra dentro nel quale mi ha dato appuntamento. A 48 anni, Everett è un distinto signore gay molto bello e lievemente brizzolato, appena tornato da una seduta in palestra e con un appuntamento dal parrucchiere fissato per le 15.

Sulle donne scrive cose interessanti, ha delle intuizioni davvero felici. Come fa a conoscere così bene l’universo femminile?
«Ho avuto un grande privilegio: sono stato vicino a molte donne straordinarie, ma senza il desiderio di portarmele a letto. Penso che molti uomini, anche se non desiderano portarsi a letto tutte le donne, si sentano come in obbligo di farlo. È come se portassero un paio di occhiali con le lenti che dicono “scopare”. Se non hai questi occhiali, la prospettiva cambia completamente».
Vuole dire che queste donne straordinarie e bellissime non hanno mai cercato di sedurla?
«No».
Credevo che, per un vera diva, cercare di sedurre un gay fosse la conquista definitiva.
«Se sei gay la diva cerca di usarti, non di sedurti.

La vera diva non perde tempo con qualcosa che sa che non potrà mai conquistare. Non vuole fallire, quindi neanche ci prova».

Nel suo libro si parla molto di aids…

«Sono arrivato a Londra che avevo 15 anni e ho vissuto in prima persona l’ultimo periodo di promiscuità selvaggia. L’arrivo dell’aids ha cambiato tutto: all’inizio, se eri gay, la gente ti guardava in modo diverso. Era scioccante. Le persone con i bambini erano attente, non lasciavano che i figli si avvicinassero, si lavavano le mani mille volte se erano stati a contatto con un omosessuale. Da una parte sono stato fortunato perché nel mio caso l’arrivo dell’aids ha coinciso con il successo professionale, ma dall’altra è come se non avessi potuto goderne pienamente perché la paura della morte era sempre presente.

Ho passato due o tre anni pensando che sarei morto… È stato terrificante. Ero arrivato a un punto in cui non mi importava più di nulla: sul lavoro non avevo nessuna regola, arrivavo in ritardo, certi giorni non mi facevo neanche vedere».
Che cosa le hanno detto le persone citate nel libro? Qualcuno le ha tolto il saluto?
«Madonna si è arrabbiata molto. Mi ha telefonato».
Però, leggendo il libro, si capisce che lei la ama incondizionatamente.
«Quando ho deciso di scrivere mi sono dato una regola: avrei scritto solo delle persone che mi piacciono davvero. Il problema delle star è che cercano di sembrare ancora umane, quando in realtà di umano non hanno più nulla. Diventano dei mostri, che non è necessariamente una cattiva qualità. E infatti di Madonna ce n’è una sola».
Qualcun altro si è arrabbiato?
«Nessuno. Ma sa, gran parte delle persone famose non legge libri…».
(…) Essere gay aiuta…?
«Sono contento di essere gay. Se fossi eterosessuale, con la promiscuità che ha contraddistinto la mia vita, probabilmente avrei un sacco di figli e sarei senza un soldo perché avrei speso tutto in alimenti alle mie ex mogli».
Scusi, perché usa il plurale?
«Perché sono sicuro che se fossi stato eterosessuale ne avrei sposate almeno sette o otto».
Perché?
«Perchè così vuole il sistema, soprattutto a Hollywood. E poi, là fuori, ci sono così tante belle donne…».

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