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Il tema della rianimazione dei neonati prematuri, che popola i media in questi giorni, appare, in certi casi, come “un dibattito surreale”, per usare la parole del ministro della Salute, Livia Turco. Il clamore è stato suscitato da un documento diffuso da un gruppo di neonatologi e ginecologi che dichiara che se, a seguito di un aborto terapeutico, il neonato, pur in condizioni di estrema prematurità, è ancora in vita, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio. Quindi va rianimato, a prescindere da età (in questo caso, dalla settimana di gestazione) e dal consenso dei genitori. Va precisato subito che non c’è niente di nuovo in questa affermazione e non c’è alcun terreno di polemica per il fronte anti-abortista… È ovvio che un medico debba curare un bambino prematuro: se sta morendo, lo aiuterà a morire senza sofferenza (con le cosiddette cure compassionevoli), se ha qualche possibilità di sopravvivere, lo aiuterà a tenersi in vita.
IL VERO LIMITE TRA CURA E ACCANIMENTO
L’aborto è tutt’altra cosa. Significa un’interruzione volontaria di gravidanza: il feto nasce senza vita, dunque il problema di rianimarlo non si pone. Se succede che il neonato nasca vivo, chi mai si immaginerebbe di non offrirgli le cure possibili per mantenerlo in vita? Come si può pensare che qualsiasi medico pensi di candidare un neonato a essere ucciso? La legge è già così, basterebbe applicarla.
La questione vera, che riguarda tutte le nascite premature, ha a che fare con i casi estremi, quando il neonato soffre di gravi malformazioni e il medico deve decidere che cosa fare. Si tratta di decidere il limite fra cura e accanimento, ma non ci sono documenti o linee guida: il medico deve decidere secondo scienza e coscienza. È una decisione che, prima o poi, ogni medico si trova ad affrontare. Tutti noi siamo contro l’accanimento terapeutico, pratica particolarmente dolorosa nel caso di bambini appena nati. Eppure, questo compito spetta ai medici, che devono sì ascoltare i genitori, ma alla fine devono prendere da soli la loro decisione. Perché il neonato è un essere vivente differente dalla propria madre o dal proprio padre.
È invece un altro cittadino che ha diritto di essere tutelato e difeso. Tutelato nelle possiblità di vita e difeso da una prospettiva certa di dolore e sofferenza.
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